Qwerty alla sbarra

 

di Chiara Cecchini

pubblicato su Il Velino il 12 agosto 2010

Processo alla tastiera Qwerty. Un programma del quarto canale radio della Bbc affida all’attore, regista e scrittore Stephen Fry l’accusa e la difesa del sistema brevettato per le macchine da scrivere nel 1864 dall’americano Christopher Sholes e diventato ormai uno standard adottato in tutto il mondo. La trasmissione Fry’s English Delight affronta in maniera ironica, come nello stile del suo creatore, e soprattutto molto “british” gli alti e bassi della lingua inglese e nella puntata andata in onda ieri sera il “basso” era rappresentato da quella combinazione di tasti che, nata per semplificare la vita degli stenografi americani post-Guerra Civile, sembra essersi rivelata nel tempo come il sistema meno adatto a comporre velocemente la lingua inglese. Il difetto di Qwerty risiede proprio in quella che fu, al momento della sua nascita, la sua caratteristica migliore: obbliga a scrivere lentamente. Al tempo di Sholes, i martelletti delle macchine da scrivere erano troppo fragili e si incastravano spesso, costringendo i poveri stenografi a sbloccarli manualmente. Le loro dita correvano troppo velocemente sulla tastiera e così Sholes, senatore dello stato del Wisconsin e a tempo perso editore e stampatore di giornali, pensò di separare le coppie di lettere più usate in inglese (ad esempio la coppia T e H) per evitare che i martelletti di accavallassero.

Standardizzata a partire dal 1873, quando Sholes vendette il brevetto alla fabbrica di macchine da scrivere Remington & Sons, Qwerty è rimasta pressoché invariata nei secoli. La tastiera e il suo inventore sono accusati nel tribunale della lingua inglese presieduto da Stephen Fry “di aver cospirato per sovvertire il corso della lingua e per aver limitato la velocità creativa, mettendo a rischio milioni di persone per stiramenti e tendiniti da sforzo” e di aver lavorato di proposito “per scardinare il progresso della lingua, metaforicamente e tecnologicamente”. La Qwerty non è l’unica tastiera al mondo. Fin dagli anni ’30 del secolo scorso sono stati sviluppati altri sistemi più veloci e intuitivi di quello di Sholes. L’americano August Dvorak studiò la lingua inglese e mise al centro della tastiera le lettere premute più frequentemente, spostando verso l’esterno le altre e posizionando le vocali tutte insieme sulla riga centrale. Risultato: meno movimento della dita e conseguente stress minore per le articolazioni.

Ma ormai era troppo tardi, l’era della standardizzazione aveva già trovato il suo formato principe, con buona pace degli stenografi dvorakiani. Qwerty è approdata ormai anche sui più moderni dispostivi di scrittura, dalle tastiere dei computer (virtuali e non) fino agli odierni smartphone. Ma i moderni sistemi di composizione guidata delle parole (il “t9” dei telefoni cellulari, ad esempio) potranno rimpiazzare Qwerty? A quanto pare no, secondo Dan Dixon, del Digital Cultures Research Centre dell’università dell’Inghilterra occidentale che evidenzia la difficoltà di organizzare i pensieri prima di digitarli su una tastiera. La conclusione del processo? Ogni sistema-lingua deve lottare contro il gap tra pensieri e parole e il risultato sarà sempre un compromesso tra i due. Parafrasando Shakespeare, la colpa è nostra, non delle stelle, se siamo schiavi della tastiera. Qwerty può quindi lasciare l’aula della Bbc, libera e senza colpe.

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