Il “Mazzini terrorista” del film di Martone e il precedente di Craxi

di Chiara Cecchini (da Il Velino, 8 settembre 2010)

“Quando Giuseppe Mazzini, nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella disperazione per come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa è la verità della storia”. Chi è l’autore di questo giudizio così provocatorio e decisamente poco ortodosso su uno dei padri della Patria, l’eroe del Risorgimento, teorico della repubblica e dell’indipendenza italiana? Per chi ha assistito alla proiezione del film “Noi credevamo” del regista napoletano Mario Martone al Festival di Venezia e soprattutto per chi ha avuto modo di presenziare alla conferenza stampa di presentazione, la risposta potrebbe apparire scontata. Martone ha inteso sì Mazzini come figura chiave del Risorgimento ma soprattutto lo ha rappresentato come profondamente diviso tra due anime, una religiosa e una sovversiva, che lo portarono ad armare la mano di molti giovani incitati al martirio con una mistica che il regista non esita a paragonare a quella dell’integralismo islamico. A sostegno della sua visione, Martone cita sia l’avversione che Marx e Engels provavano per Mazzini, sostenitore a loro giudizio di una rivoluzione d’élite contrapposta a quella popolare, sia i rapporti delle polizie europee che lo bollavano come pericoloso sovversivo nonché, appunto, terrorista. Eppure quell’immagine citata all’inizio del Mazzini esiliato che si macera sull’unità d’Italia e progetta assassini politici non è stata evocata da Martone. Fu Bettino Craxi che accostò la lotta armata appoggiata dal fondatore della Giovine Italia con quella sostenuta all’epoca dall’Olp di Yasser Arafat.

Erano i giorni del sequestro dell’“Achille Lauro” e della successiva “crisi di Sigonella”, quando il 7 ottobre del 1985 un commando del Fronte per la liberazione della Palestina prese in ostaggio 450 passeggeri più l’equipaggio della nave da crociera italiana a largo del porto di Alessandria, chiedendo in cambio la liberazione di 52 ostaggi palestinesi detenuti in Israele. Le trattative furono da subito difficilissime, nonostante la collaborazione dello stesso Arafat e del capo del Fronte di liberazione della Palestina Abu Abbas. L’uccisione a sangue freddo di uno dei passeggeri, Leon Klinghoffer, cittadino americano ebreo e disabile, scosse il mondo. Quattro giorni dopo l’inizio del sequestro, il commando si arrese, lasciando la nave a bordo di una motovedetta egiziana. L’11 ottobre l’aereo sul quale viaggiano i sequestratori, insieme a Abu Abbas, fu dirottato dall’aviazione americana e deviato verso la base Usa di Sigonella in Sicilia, dopo che il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan aveva ottenuto da Craxi, allora presidente del Consiglio, l’autorizzazione a far atterrare l’aereo. Ma Craxi si rifiutò di consegnare agli americani i dirottatori dell’ “Achille Lauro”, facendo circondare il velivolo dai militari italiani. I quattro dirottatori, accusati di omicidio volontario, sequestro e detenzione di ostaggi, furono trasferiti nel carcere di Siracusa. Abu Abbas, considerato dall’Italia solo un testimone, fu lasciato partire verso Belgrado.

La decisione di Craxi suscitò violente reazioni da parte degli Stati Uniti e aprì un aspro dibattito anche all’interno del “pentapartito”. Il 6 novembre il governo ottenne la fiducia alla Camera e Craxi rivendicò la scelta di Sigonella. Nel suo discorso, il leader del Psi mise sullo stesso piano Mazzini e Arafat. “Contestare ad un movimento che voglia liberare il proprio paese da un’occupazione straniera la legittimità del ricorso alle armi – disse Craxi in quell’occasione – significa andare contro le leggi della storia”. L’accostamento provocatorio sostenuto da Craxi suscitò all’epoca, oltre alle violente reazioni in Aula dei repubblicani di Giovanni Spadolini, anche un dibattito storico circa l’effettivo coinvolgimento di Mazzini in alcune violente pagine del Risorgimento. Un’eco di questo dibattito, tuttora vivo all’interno della cultura italiana, che ha trovato una nuova amplificazione nel film di Martone.

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