Lirica, un “Rigoletto” senz’anima avvicina il pubblico all’opera?

di Chiara Cecchini (da Il Velino, 16 settembre 2010)

Il fine può giustificare i mezzi? Quanto si può sacrificare sull’altare dell’arte pur di far avvicinare all’opera lirica quanto più pubblico possibile? Considerazioni di questo tipo si perdono nella notte dei tempi, se non proprio dall’invenzione del rullo di cera, sicuramente da quando esiste il cinema sonoro e, più avanti, la televisione. Il “Rigoletto” andato in onda questo weekend è un’ottima dimostrazione di quello che il servizio pubblico è in grado di fare per diffondere quello che è un bene nazionale riconosciuto da tutti, ma che in Italia sembra essere diventato ormai la Cenerentola della cultura. Brava la Rai, quindi, che porta l’opera in prima serata, che osa e se ne infischia se un programma come “Velone” vince la sfida degli ascolti. Ma cos’è un’opera lirica senza musica? Cos’è Rigoletto senza il suo interprete? Quale immagine hanno avuto dell’opera italiana i 148 paesi sparsi in tutto il mondo che si sono collegati in diretta per vedere questo “Rigoletto” “nei luoghi e nelle ore” previste dal libretto? Porsi queste domande e soprattutto provare a dare delle risposte a simili quesiti dà l’impressione di voler cercare il pelo nell’uovo. La diretta è andata bene, il pubblico è contento, la regia ha funzionato, Domingo canta ancora e non accenna a voler smettere, Grigolo è il nuovo Pavarotti, Mantova è una città bellissima e il restauro di Palazzo Tè ci ha restituito un gioiello del Rinascimento. Ma la musica? Ma l’opera? Purtroppo a questo “Rigoletto” è mancata l’essenza.

Placido Domingo è uno dei più grandi cantanti del secolo, un artista come ne esistono pochi. Musicista completo ed eclettico, quasi una rarità nel mondo del canto, vero animale da palcoscenico, a suo agio in ogni ruolo e capace di trasmettere emozioni non solo con la voce ma anche e soprattutto con l’interpretazione, lo scavo del personaggio, la gestualità. Il suo Otello non sfigurerebbe a fianco di quello di Laurence Olivier. Ma Domingo è un tenore, punto. Il debutto ad aprile come baritono nel “Simon Boccanegra” alla Scala è piaciuto, ma ha ribadito quanto affermato prima: sommo artista ma niente a che vedere con il baritono verdiano. Dal suo “Rigoletto”, ci si aspettava poco vocalmente mentre c’era grande attesa per quello che Domingo sarebbe stato in grado di infondere al personaggio tragico del buffone di corte che vuol vendicare l’onore della figlia traviata dal fatuo duca e che da “fool” si trasforma in gigante vendicatore. Gli elementi c’erano tutti e per questo la delusione è ancora più cocente. Dopo un primo atto in affanno, quasi contratto dalla tensione e con una mimica da filodrammatica, un accenno del vero Domingo è venuto fuori prima nel duetto con Sparafucile e poi nell’incontro con Gilda, ma sempre con notevoli difficoltà: un faro che alterna lampi di luce a buio pesto. Una partenza in salita che tutto sommato faceva quasi ben sperare per il secondo atto. Quando Rigoletto si affaccia sulla scena, mormorando i suoi tormentosi ‘La rà, la rà’, in quel momento Domingo era il personaggio, a dispetto delle pecche vocali, della difficoltà oggettiva di controllare i suoni, la dizione poco chiara: ferito ma grandioso, pronto a balzare contro i cortigiani per difendere la figlia. Ma il sogno si è infranto ben presto contro il muro di ‘Cortigiani, vil razza dannata’. Complice anche il tempo lentissimo staccato dal direttore Zubin Mehta, il mito è costretto a cedere alla realtà. Il suo è un Rigoletto commosso ma inerte, senza nessuna scintilla, senza un guizzo. Il resto è poca cosa, qualche zampata leonina da par suo in ‘Piangi fanciulla piangi’, ma niente più. Il terzo atto conferma quanto già detto.

Ma se questo “Rigoletto” è un fallimento, la colpa non è del solo Domingo, in fondo ancora un miracolo per resistenza e capacità. Dal kitsch della regia di Giuseppe Patroni Griffi per “Tosca – nei luoghi e nelle ore di Tosca” e “La Traviata à Paris”, si è passati alla “non regia” di Marco Bellocchio, che invece in teatro aveva diretto un ottimo “Rigoletto”. L’opera lirica non è fatta per i primi piani: le bocche sempre aperte, i tratti del viso alterati nello sforzo dell’emissione, l’inevitabile saliva che sprizza in controluce. Che senso ha scegliere al posto di “cantanti puri” dei “cantanti attori” se poi li si deve relegare negli angusti spazi della camera ravvicinata, costretti a condividere un’inquadratura fissa e monotona, limitandoli nei momenti e nell’azione e costringendoli in spazi scenici angusti? L’unico momento di vera regia è l’uccisione di Gilda nella casa di Sparafucile. Ma lì bisogna ringraziare principalmente la musica di Verdi e l’arte scenica di Ruggero Raimondi; Bellocchio c’entra ben poco. La cinematografia di Storaro appiattisce il tutto, concentrandosi sul giallo carico degli interni e lasciando l’esterno scialbo e sgranato, veramente “televisivo”. La performance vocale di Grigolo conferma quanto già si sa di lui: bella voce ma esile, adatta a ben altri ruoli molto più leggeri. Scenicamente, è un Duca privo di spessore, ammiccante e ghignante. La Gilda di Julia Novikova è la migliore del trio, bella voce ma eccessivamente diligente, con qualche problema di intonazione nel secondo atto. Rimangono lo Sparafucile “declamato” da Raimondi e la Maddalena sguaiata di Nino Surgulatze. Ottimi invece i comprimari, Giorgio Cauduro come Marullo, Gianfranco Montresor come Monterone e Caterina Di Tonno come Giovanna. Più che bene l’orchestra sinfonica della Rai diretta da Zubin Mehta, anche se permangono forti dubbi sulla scelta dei tempi.

Non si tratta di essere melomani frustrati o loggionisti nostalgici del bel tempo che fu. Si poteva fare di più, sfruttando al meglio le risorse che c’erano e dimostrando un rispetto maggiore per l’opera e per chi vi assiste. Non basta sbattere il mostro in prima serata. Lo spettatore medio aveva diritto a uno spettacolo vero, non una prova muscolare per dimostrare quanto già si sa sulla professionalità della Rai. Lo spettatore medio aveva bisogno della magia dell’opera, di grandi interpretazioni e di grandi voci. La speranza è che la musica di Verdi abbia colpito al cuore il pubblico a dispetto di tutte le mancanze di questo “Rigoletto” e che anche uno solo fra quelli che vi ha assistito abbia voglia di riascoltarlo in teatro, per scoprire veramente quanto vale l’opera e quanto l’Italia sia in grado di rappresentarla degnamente.

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