“Gambe per Roma” all’Enoteca Giansanti: la Capitale da un insolito punto di vista

di Chiara Cecchini (in Cinque Giorni, 24 gennaio 2012)

Roma è sempre stata amata dall’obiettivo della macchina fotografica: i suoi monumenti, i suoi scorci sono stati immortalati da più di un secolo e da ogni prospettiva. E da secoli è percorsa da gambe che la attraversano in lungo e in largo. Dal connubio tra la Città Eterna e queste gambe è nata la mostra “Gambe per Roma”, esposta fino al 19 febbraio presso l’Enoteca Giansanti di via Ostiense 34, con il patrocinio del Municipio XI. I fotografi Bruna Marsili e Venanzio Cellitti hanno scelto di guardare la città da una prospettiva inedita e sorprendente, puntando il loro obiettivo verso dei luoghi di Roma conosciuti e amati ma scegliendo angolazioni insolite e ottenendo colori inusuali. Le location delle fotografie sono posti familiari, luoghi che fanno parte del vissuto quotidiano dei due fotografi ma anche di chiunque conosca Roma.

Alla base di tutto c’è infatti l’amore per questa città, la voglia e il piacere di girarla e scoprire luoghi nascosti o riscoprire piccoli dettagli che magari l’abitudine o il via vai frenetico del quotidiano impedisce di cogliere, sottolineando grandi opere architettoniche del passato che tutti conoscono ma che si rivelano sempre sorprendenti. Insieme a Roma, le protagoniste di queste fotografie sono le centinaia di gambe che ogni giorno la attraversano. Gambe al lavoro o in pausa pranzo, a passeggio, a riposo. Saltano di fronte al Colosseo, corrono per prendere un treno sulle banchine della stazione Termini, attraversano in bicicletta ponte Sisto, si riposano rannicchiate su una panchina a villa Torlonia, lavorano tra i banchi del pesce in un mercato coperto, passeggiano davanti a un murales a San Lorenzo, portano a spasso il cane sull’asfalto sporco di piazza Vittorio, dormono al circo Massimo, calpestano mucchi di foglieautunnali cadute per terra. E poi ci sono le scarpe: stivali, sneakers modaiole, calosce, scarpe da lavoro, infradito colorate, ballerine.

Oltre all’inedito punto di vista sulla città, la particolarità di queste fotografie è la tecnica utilizzata: sono state scattate tutte su pellicola, senza nessun intervento o ritocco successivo allo sviluppo. Niente computer, niente elettronica, niente Photoshop. Solo e semplice fotografia, nuda e cruda. La gestazione del progetto “Do photo Cross” ha richiesto quasi due anni ma il caso ha voluto che questa mostra venisse esposta proprio nei giorni del crollo di un mito della fotografia: il fallimento della fabbrica di pellicola Kodak, schiacciata dall’avanzata dell’occhio di vetro delle fotocamere di smartphones e macchine digitali. Bruna Marsili e Venanzio Cellitti hanno utilizzato per le loro immagini diverse macchine fotografiche (Horizon, Zenza Bronica), con tre formati diversi e tutte con pellicole per diapositive Velvia 50. Successivamente queste sono state sviluppate con il bagno chimico C-41 tipico delle negative, anziché con quello E-6. L’uso “improprio” di questi bagni chimici ha prodotto delle fotografie dai colori innaturali, tendenti al verde, con strani aloni violacei e con un contrasto molto elevato. «Il risultato delle fotografie in cross-processing è assolutamente imprevedibile – spiega Venanzio Cellitti – Noi siamo in balia di quello che decide la chimica, non siamo noi a comandare».

Ecco allora squarci di realtà espressionisticamente illuminati da colori innaturali che non corrispondono a quello che l’occhio percepisce per un “ritorno all’antico che è già un progresso”, come teorizzava Giuseppe Verdi riferendosi alla musica. Perché, in fondo, «questo è il fascino della fotografia. Il profumo della pellicola, il rumore del gancetto che scatta, il suono della macchina mentre riavvolge il rullino, il mettersi in gioco ogni volta e non sapere quale sarà il risultato finale», dice Bruna Marsili. Nel corso dei due anni di lavoro, le foto scattate sono state centinaia e i due fotografi ne hanno scartate gran parte proprio per l’imprevedibilità del cross-processing. Sulla locandina della mostra campeggiano otto gambe nude di turiste in infradito su un tratto di strada anonimo ma che più romano non potrebbe essere: i sanpietrini.

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