“Mood Indigo – La schiuma dei giorni” di Michel Gondry – recensione (da FilmFilm)

pubblicata su FilmFilm il 12 settembre 2013

Colin, facoltoso parigino, si innamora della graziosa Chloé, incarnazione di una canzone di Duke Ellington. I due convolano presto a nozze, ma durante la luna di miele una ninfea inizia a crescere nei polmoni della ragazza, mettendola in serio pericolo. L’unico modo per mantenerla in vita sarà circondarla di fiori freschi e l’uomo, disposto a tutto pur di salvarla, finirà così sul lastrico

Recensione del film: Mood Indigo – La Schiuma dei Giorni
Quando uscì la notizia che Michel Gondry avrebbe osato l’inosabile, ossia portare sullo schermo l’impossibile “La schiuma dei giorni” di Boris Vian, i lettori accaniti del «più straziante dei romanzi d’amore contemporanei», come lo definì Raymond Queneau, hanno sicuramente gioito e pensato: «Comunque vada, sarà un successo».

Chi meglio dell’immaginifico regista di Versailles che ci ha dato Eternal Sunshine of the Spotless Mind (ma anche L’arte del sogno, Be Kind, Rewind e, ci sentiamo di citarlo, l’insolito The Green Hornet) avrebbe potuto comprendere e restituire visivamente l’universo folle e doloroso creato da Vian, nel quale un giovane e ricco sfaccendato parigino appassionato di jazz (che vive in una casa circondata da due soli, con un cuoco che cucina anguille uscite dal tubo dell’acqua, un topo con i baffetti neri come confidente e ha passione per le piste di pattinaggio gestite da uomini con la testa di piccione) si innamora di una ragazza che porta lo stesso nome di una canzone di Duke Ellington, la sposa subito e assiste impotente alla morte di lei al termine di una misteriosa e terribile malattia, perché una ninfea le è cresciuta nel polmone destro.
Quella che è -banalmente- una semplice storia d’amore (un ragazzo e una ragazza si incontrano, si amano, lei si ammala, lui tenta di salvarla, lei muore lo stesso), nelle mani di Boris Vian diventò una materia incandescente nel quale ruotavano insieme vorticosamente critica sociale (contro le istituzioni, contro la religione, contro l’esercito, contro il lavoro, contro la cultura per se stessa, contro tutto) e atroce pessimismo («Love cannot save you from your own fate», diceva qualche anno più tardi Jim Morrison).

In quelle di Michel Gondry, “La schiuma dei giorni” è diventato un carosello rutilante di musica, colori, plastilina, bricolage, animazione in stop-motion e vintage d’annata. La prima mezz’ora abbaglia e stordisce, il libro viene replicato quasi parola per parola, un’immagine fantastica dopo l’altra. Poco dopo il giochino inizia ad essere un po’ più scoperto e rischia di diventare fastidioso. Le trovate visive di Gondry sono sempre geniali e lasciano spesso a bocca aperta per intelligenza e intuizione, il fascino dei due interpreti Romain Duris e Audrey Taoutou non si discute, ma la noia è potenzialmente dietro l’angolo e nemmeno l’avvio della storia d’amore riesce a scaldare il cuore di quello che per un’ora e mezza resta un film freddo, che non riesce a trasmettere le emozioni che promette, soffocato dagli eccessi e dall’accumulo quasi bulimico. Il passo cambia quando Chloé si ammala. Ogni cosa si contrae, diventa sempre più piccola, sporca, misera, sofferente insieme alla protagonista. E l’orgia di colori che ha dominato il film fino a quel momento lascia il posto a una progressiva perdita di luminosità, per arrivare alla fine al bianco e nero totale: un finale tragico e senza speranza che si gioca tutto nell’ultima mezz’ora ma che vale tutto il film, lasciando comunque l’amaro in bocca per quella che avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un capolavoro.

Per dovere di cronaca, ricordiamo che Boris Vian (scrittore, poeta, cantautore, drammaturgo, traduttore) morì il 21giugno 1959: tanta fu la sua l’indignazione di fronte alla versione cinematografica del suo romanzo “Sputerò sulle vostre tombe” che gli venne un attacco di cuore…

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