Addio a Luigi Magni, il ‘Papa Re’ del Cinema romano

pubblicato su RomaToday il 27 ottobre 2013

Gigi Magni lo potevi incontrare per strada, tra i vicoli della vecchia Roma intorno a via del Babuino dove ha sempre vissuto e dove ha ambientato la maggior parte delle sue storie.

Tra quegli stessi vicoli dove si muovevano Pasquino e i carbonari intenti a cospirare contro il Papa Re. Perché Luigi Magni detto Gigi – regista, sceneggiatore e autore teatrale scomparso a Roma all’età di 85 anni – è stato il cantore cinematografico della Roma Papalina: quella Roma con il Colosseo invaso dalle erbacce dove venivano a pascere le pecore, tra principi della Chiesa corrotti e mondani e popolani che si prendono a “puncicate” nelle osterie, mentre gli echi del Risorgimento si fanno sempre più forti e il potere temporale inasprisce le sue tenaglie come chi sa ormai di aver perso l’ultima battaglia ma non può e non vuole darsi per vinto.

Una filmografia lunga che parte dal lontano 1968, quella di Gigi Magni, che lo ha visto ergersi a figura importante della grande stagione della commedia all’italiana, nella quale si era ritagliato appunto il ruolo di narratore di Roma e della sua storia.

Nel 1969 esce “Nell’anno del signore”, primo film di quella che poi diventerà una trilogia ideale dedicata alla breve esperienza della Repubblica Romana. Nel cast ci sono Nino Manfredi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Pippo Franco, Enzo Cerusico,  i francesi Rober Hossein e Renaud Verley.

Il film racconta la storia romanzata di come i carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari  – realmente esistiti – furono condannati a morte e decapitati dal boia Mastro Titta, storico personaggio esistito a Roma e impersonato da Aldo Fabrizi nel musical all’italiana “Rugantino” (firmato proprio da Magni), “senza prove e senza difesa”, come recita la lapide che in piazza del Popolo a Roma ricorda la loro esecuzione per ordine del Papa il 23 novembre 1825. Magni mescola a vicende storiche così drammatiche aspetti comici e farseschi, affidandosi alla maestria del suo protagonista Nino Manfredi e alla musicalità del dialetto romanesco, alla causticità dell’umorismo trasteverino.

Il film è un successo e consente a Magni di continuare nel suo percorso con “Scipione detto anche L’Africano” e “La Tosca” – versione romanesca in forma di musical non tanto dell’omonima opera pucciniana quanto del dramma di Victoriern Sardou dal quale essa è stata tratta.

Nel 1973 Magni richiama Nino Manfredi e gli costruisce addosso il personaggio di monsignor Colombo ne “In nome del Papa Re”, ideale continuazione di “Nell’anno del Signore” e da molti ritenuti la sua opera migliore. I tormenti e i dubbi dell’altro prelato interpretato da Manfredi sono il simbolo della crisi del potere temporale alla vigilia di Porta Pia. Come già i “giovani ribelli” de “Nell’anno del Signore” avevano evidenti legami con i sessantottini, le bombe della resistenza romana contro i mercenari del papa somigliano a quelle degli “anni di piombo”. L’anticlericalismo spinto del regista qui giunge al suo culmine, in un film tendenzialmente cupo e avvolto da un’aura di pessimismo che solo in parte quegli innesti comici e popolareschi propri della narrazione di Magni riescono a mitigare.

I film successivi di Magni continuano a scandagliare il periodo storico, tra esiti più o meno riusciti, fino a “In nome del popolo sovrano”, un “film simpatico, spesso didattico, ma anche capace di momenti autenticamente commossi”, scrive Morandini, che nel 1990 chiude l’ideale trilogia proprio con la fine dell’effimera Repubblica Romana.

Gli ultimi lavori risentono molto di una vis leggermente appannata, insieme a una nuova generazione di attori “televisivi” che fa sentire la mancanza di Manfredi e Sordi.

Il congedo è sul piccolo schermo con film tv “La notte di Pasquino” che lo vede ancora una volta ricongiunto a Nino Manfredi nei panni – ancora una volta dopo “Nell’anno del Signore” – del celebre epigrammista satirico romano, in quella che è una delle sue ultime interpretazioni. 

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