“Dietro i candelabri”: la recensione su FilmFilm

pubblicato su FilmFilm il 4 dicembre 2013

1977. Il giovane Scott Thorson diventa il compagno di Valentino Liberace, pianista e showman tra i più famosi d’America. Il loro rapporto dura anni, tra alti e bassi, ambizioni, tradimenti, egoismi e abnegazioni. Una relazione sotto gli occhi di tutti che però fingono di non vedere perché negli Stati Uniti degli anni Settanta l’omosessualità era ancora un tabu’.

 

Il nome di Liberace in America è associato a lustrini, virtuosimi pianistici da capogiro, kitsch esasperato e molto “camp”.

Dietro le luci del palcoscenico, era un uomo egocentrico, fissato con il culto della propria personalità e amante dei giovanotti, salvo poi far di tutto per non far uscire sui media la sua omosessualità.
Steven Soderbergh ne ha raccontato gli ultimi anni attraverso il legame con uno dei sui ultimi amanti, Scott Thorson, in un film che i distributori hanno giudicato troppo “gay” e progressista, non adatto alle sale americane e andato in onda direttamente sul piccolo schermo sulla rete via cavo HBO.

Se da un lato il regista di Traffic si diverte a mostrare il lato noto di Liberace, ossia i suoi show musicali nei quali si presentava sul palco avvolto in completi e pellicce al cui confronto quelli di Elvis Presley nel periodo Las Vegas sono l’apice dell’eleganza maschile, tra candelabri sul pianoforte e specchi appesi sulla tastiera per mostrare il virtuosismo delle sue mani lungo i tasti, dall’altro racconta con passione quello che è sempre stato nascosto “dietro i candelabri”, dietro tutti i tentativi di Liberace di nascondere al mondo la propria omossessualità.
Nella puritanissima America, Liberace sapeva di poter comparire in pubblico coperto di paillettes e con il mascara sugli occhi senza che nessuno ci facesse caso e le donne avrebbero continuato a smaniare per lui come quando era un “matinée idol”, ma sapeva altrettanto bene che se si fosse saputo in giro che era gay (e promiscuo) la sua carriera sarebbe finita e il suo nome sarebbe stato associato soltanto alla sua omosessualità.

Liberace incontrò Thorson quando questi aveva appena sedici anni e lui era sulla sessantina. Ultimo in ordine di tempo di una serie innumerevoli di amanti-faccendieri-badanti, Thorson fu in realtà l’affetto più sincero di Liberace, che addirittura pensò di adottarlo per dargli il suo nome e il suo patrimonio. Nel biopic di Soderbergh, tratto dalla biografia del vero Thorson e sceneggiata da Richard LaGravenese, non c’è pregiudizio, non ci sono pruriginosità, non c’è voglia di scioccare. Dietro i candelabri è una storia d’amore tra un giovane appena affacciato alla vita con un uomo molto più grande di lui. Un rapporto molto fisico (che Soderbergh non ha paura di mostrare né tantomeno i protagonisti Michael Douglas e Matt Damon si sono vergognati di interpretare), carico di sentimento, passione e una sconfinata ammirazione reciproca, che diventa totalizzante e simbiotico, ai limiti della morbosità quando Liberace trasforma il giovane Scott a metà tra un suo sosia e il figlio che non ha mai avuto.
Una relazione “reale” che però non può non venire contaminata dalla finzione con la quale Liberace ha avvolto la propria vita e che proprio per questo alla fine scoppierà.

Per quanto incentrato sul punto di vista di Scott Thorson, interpretato da un Matt Damon troppo anziano e poco credibile nei panni del poco più che adolescente Scott, il film vive grazie a Michael Douglas, che con quest’opera ha trovato il ruolo della sua vita dopo il Gordon Gekko diWall Street.
L’attore regala al personaggio il magnetismo del grande divo, ma anche la fragilità dell’uomo di spettacolo abituato a soffocare la propria vita privata e farne essa stessa un elemento del proprio successo e del proprio mito.

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