Aznavour… Istrionico, magico, piccolo grande uomo

Ieri sera a Roma c’erano tre concerti: i Metallica al Rock in Roma, Luci della Centrale Elettrica alla Festa dell’Unità e Charles Aznavour al Centrale Live.

Avrei voluto avere il dono dell’ubiquità per poter essere ad ognuno di questi tre concerti ma ho dovuto scegliere. E la scelta è caduta su un anziano chansonnier franco-armeno che ha da poco compiuto novant’anni, ha l’apparecchio acustico, ammette di ricordarsi poco le parole delle sue canzoni e di aver bisogno del gobbo durante i concerti.

Questo piccolo, grande uomo io l’ho già visto in concerto due volte, una a Parigi e una a Roma, quando aveva da poco superato l’ottantina. Perché spendere soldi e rivederlo ora, privandomi della possibilità di scatenarmi con “Metallica by Request” o godermi l’ascesa di un astro nascente come Vasco Brondi e fra trent’anni poter dire: «Io c’ero»? Semplice: perché lui è l’unico, vero, inimitabile Istrione. Perché a novant’anni nessuno è in grado come lui di tenere il pubblico in pugno. Lui, così piccolo, così minuto, con la voce che a volte trema un po’, è ancora l’istrione che cantava, a buon diritto, «in una stanza di tre muri tengo il pubblico con me /sull’orlo di un abisso scuro / col mio frak e con i miei tics /e la commedia brillerà, del fuoco sacro acceso in me / parlo e piango e riderò / del personaggio che vivrò».

Il Centrale Live era pieno, solo pochi i posti liberi rimasti. Tanto pubblico agé: molti di loro erano ragazzi quando Aznavour compariva in bianco e nero nei programmi Rai e i suoi dischi superavano in classifica quelli di Battisti e Mina. Qualche giovane, un paio di bambini incredibilmente tranquilli e rapiti dalla musica. Un pubblico caldo, competente, appassionato, forse anche un po’ stupito di vedere ancora Mr. Aznavour improvvisare un ballo sulle note indiavolate della tzigana “Les duex guitares” o scaldarsi sulla cavalcata trionfale di “Desormais”. Dopo le prime canzoni, via la giacca dell’austero completo nero, l’atmosfera si scalda e il pubblico non smette più di applaudire.

Chi conosce Aznavour sa che se sale su un palco è solo per fare concerti di questo tipo.  E sentire una di seguito all’altra i suoi successi, vederlo recitare le sue canzoni più “cinematografiche” come “Buon anniversario” o “La Boheme”, (il cui dolente e persistente ritornello è stato cantato a gran voce dal pubblico anche ieri sera), vale ancora oggi il prezzo del biglietto. Cosa importa se ogni tanto sbaglia le parole delle canzoni che canta in italiano (quelle sue canzoni “così piene di parole”, tradotte splendidamente da numerosi parolieri italiani, da Mogol a Giorgio Calabrese), cosa importa se, da gigione di classe, ostenta durante “Mes Emmerds” di chinarsi sul gobbo per leggere il testo, cosa importa se ogni tanto la voce si fa debole o ricorre a artifici? Il suo pubblico deve lasciare il teatro con la consapevolezza di aver assistito a un grande spettacolo, al migliore che si potesse avere, e deve andarsene più ricco di come è entrato, avendo imparato qualcosa di più sull’amore, sulla vita e sui sentimenti. Perché è questo che Aznavour ha sempre fatto. In una recente intervista a Milena Gabanelli (insospettabile fan del nostro), Aznavour ha ammesso: «Io ho sempre violentato il pubblico, un certo pubblico. Perché se alla gente non si insegna qualcosa resteranno sempre degli asini». Il riferimento è a “Quel che si dice”, la canzone che nel 1972 raccontava l’omosessualità, sorprendentemente moderna ancora oggi.

Da lui si sprigiona ancora vitalità, passione, voglia di fare spettacolo, di fare musica insieme. I suoi occhi sono ancora vivi, l’espressione da folletto è la stessa che illumina ancora oggi quel piccolo capolavoro di recitazione che è “Buon Anniversario”, come pure la deliziosa e romantica “Quel che non si fa più”.

Amore e rimpianto. Le sue canzoni sono quasi sempre tristi, è vero. Amori che finiscono, amori che si trasformano e diventano simili all’odio, amori che potrebbero sbocciare ma sono destinati a morire, amori che se durano sono talmente intensi che fanno male. E si capisce perché allora il rimpianto è ovunque. È in “No, non mi scorderò mai”, la più “cinematografica” di tutte, su una ex coppia che si rincontra per caso dopo tanto tanto e scopre che no, niente di quell’amore è stato dimenticato. È in “Compagno”, una delle meno note ma non per questo meno bella, su un ex partigiano che dal carcere guarda l’ascesa politica del suo compagno di brigata. È in “Morire d’amore”, “Isabelle”, “Chi”, “Ieri sì”, “Questa giovinezza”, “Non abbiamo più quindici anni”, “Oramai”, “Del mio amare te”, “Ed io tra di voi”, “Com’è triste Venezia”.  È in “A mia figlia”, dove alla gioia della paternità si sostituisce subito la tristezza di sapere che un giorno la figlia se ne andrà al braccio di un altro. È in “La sala e la terrazza” (ancora una delle meno note), anche questa piccolo capolavoro d’atmosfera su un piccolo cameriere che non ha fatto carriera ed è rimasto ancora ai tavoli a prendere le mance dai clienti. Ma Aznavour non finisce qui. Perché dal fondo di questa tristezza poi emergono capolavori di speranza come “Poi passa” o “Parigi in Agosto”, e divertissement come “La baraka”, “Maledetto piano” o “For me… formidabilmente”.

Un canzoniere sterminato che non poteva ovviamente finire tutto in un solo concerto. Eppure Aznavour è riuscito in poco meno di due ore di concerto, tra monologhi e canzoni, a condensare  una carriera in ventiquattro canzoni.

  1. Les Émigrants
  2. Morire d’amore
  3. Viens m’emporter
  4. Lei
  5. Paris au Mois d’Août
  6. L’istrione
  7. Je Vojage
  8. Sa Jeunesse
  9. Buon anniversario
  10. Ave Maria
  11. Mon Ami, Mon Judas
  12. Quel che non si fa più
  13. Désormais
  14. Devi Sapere
  15. Mes Emmerdes
  16. Ieri sì
  17. Mon Émouvant Amour
  18. E io tra di voi
  19. Les Deux Guitares
  20. Quel che si dice
  21. La Boheme
  22. Com’è triste Venezia
  23. Emmenez-Moi
  24. La Mamma (bis)

«Se mi date un teatro / e un ruolo adatto a me / il genio si vedrà».

e fu subito aznavour

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