Bentornata, Bridget Jones

Pubblicato su FilmFilm il 22 settembre 2016

C’è una legge non scritta nel cinema: i sequel sono quasi sempre peggiori dei film originali. Vale per tante pellicole di successo, come pure per tante trilogie amate e idolatrate.
A prima vista c’erano tutti gli ingredienti perché Bridget Jones’s Baby fosse la conferma alla regola e invece il terzo capitolo della storia della single londinese più amata è l’eccezione. L’ultima volta che l’avevamo vista ci aveva lasciato l’amaro in bocca, complice un secondo film decisamente fallimentare e incomprensibile, che sembrava aver messo la parola fine su qualsiasi ipotesi di ritorno. E invece Bridget Jones è tornata e non poteva che essere la benvenuta, perché dodici anni dopo il personaggio creato da Helen Fielding e portato sul grande schermo da Renee Zellweger è più vivo che mai.

A 43 anni Bridget è ancora l’inguaribile romantica che ricordavamo, ma al tempo stesso è anche una donna matura, realizzata professionalmente, alla ricerca dell’amore ma anche e soprattutto della propria indipendenza, da vera femminista quale è sempre stata. Non più in lotta con le calorie, producer in una rete televisiva ma ancora campionessa mondiale di gaffes, Bridget ha conquistato progressivamente fiducia in se stessa. E’ una donna che se anni fa passava la sera in pigiama sul divano a cantare disperatamente “All by myself”, oggi se si ritrova a festeggiare il compleanno da sola butta via le canzoni melense e balla scatenata al ritmo di “Jump Around”.
Va tutto bene, fino a che il destino non la getta tra le braccia sia dell’uomo perfetto – un sornione Patrick Dempsey – sia del suo unico grande amore, il Marc Darcy di un maturo ma affascinantissimo Colin Firth. Chi dei due è il padre del suo bambino che scopre di aspettare?

Il film procede per due ore miracolosamente leggere ma graffianti. Con Bridget Jones’s Baby si ride e si ride di gusto, dall’inizio alla fine, ma non è solo comicità slapstick – dove pure la Zellweger dei primi film era imbattibile -, ma si ride soprattutto del politically correct, messo da parte come nella miglior tradizione della commedia britannica. Bridget Jones’s Baby è infatti una commedia come se ne vedono poche ultimamente, irriverente al limiti del corrosivo, senza cedimenti e senza compromessi, sentimentale ma mai melensa o ruffiana, intelligente e mai volgare.
Nonostante l’evidente trasformazione fisica, Renee Zellweger riesce ancora a regalarci la nostra amata Bridget, la sua camminata strana e le sue facce buffe. Colin Firth è se possibile ancora più perfetto di quanto ricordassimo nei panni del rigido e tenero, e soprattutto “very british”, Marc Darcy, mentre Patrick Dempsey gioca in casa nei panni dell’americano bello come il sole, che trasuda sex appeal ma anche tanta tanta dolcezza.
Ah, e c’è anche la magnifica Emma Thompson, che meriterebbe una recensione a parte per ogni singola espressione o inflessione vocale con la quale è riuscita a creare il personaggio centrale della ginecologa di Bridget.

Non ci voleva molto per fare un sequel migliore di Che pasticcio, Bridget Jones, questo è sicuro. Ma per superare l’originale, chiudere una trilogia surclassando qualitativamente il film che ha dato origine a tutto non era un’impresa facile, considerata anche l’assenza (sic) di una colonna come il Daniel Cleaver di Hugh Grant. Ci sono voluti dodici anni, ma alla fine ne è valsa la pena: bentornata Bridget, ci eri mancata.

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