Dalla chimica di Piersandro Pallavicini alle storie di Claudio Piersanti

Giorni fa ho pubblicato sul blog Disturbi Letterari la recensione di un libro che ho letto di recente e che ho molto amato, “La chimica della bellezza” di Piersandro Pallavicini. Avevo già letto altri lavori di questo autore, quindi l’ho comprato praticamente a scatola chiusa e non sono rimasta delusa.

Condividendo la recensione su Twitter, ho taggato Pallavicini. Il professore è stato molto gentile, ha risposto ringraziandomi e complimentandosi per il “bel pezzo” che avevo scritto. In questo scambio di cortesie, l’ho ringraziato a mia volta e mi sono permessa di fargli una domanda che avevo sulla punta della lingua da quando avevo letto il libro.

A un certo punto si era accorta che la ssavo. Aveva abbassato di scatto il libro e mi aveva trovato sui gomiti, il mento sostenuto dalle mani a coppa, lo sguardo torbido puntato verso di lei. Avevo nto interesse per il suo romanzo, piegando un po’ la testa come a seguire l’inclinazione nuova che aveva dato alla copertina. Me lo ricordo ancora oggi, era Claudio Piersanti, Gli sguardi cattivi della gente. Mi ricordo pure che lei aveva sorriso, detto “il mio è un gran bel libro, tu invece cosa leggi?”, indicando l’“Angewandte” fotocopiato. No, non era stata una di quelle “ah, io di chimica a scuola non ci capivo un’acca”. Era stata una di quelle, lo zero virgola due per cento, che invece “ah, la chimica. Al Classico mi piaceva anche se ne facevamo pochissima, poi però è successo che ho studiato altro”

Nel suo primo incontro con quella che diventerà l’amore della sua vita, il protagonista de “La chimica della bellezza” nota come la sua futura moglie sta leggendo con attenzione un libro di Claudio Piersanti, “Gli sguardi cattivi della gente” (purtroppo ormai messo fuori catalogo da Feltrinelli, ma se ne trovano copie in vendita su eBay: consigliatissimo).

Claudio Piersanti è uno dei miei autori preferiti. L’ho scoperto per caso un giorno durante un viaggio in autobus (l’ho raccontato qui) e da allora non ha mai smesso di affascinarmi. Ho letto tutto quello che ha scritto, tutto quello su cui sono riuscita a mettere le mani recuperando anche i fuori catalogo grazie a librerie d’occasione e prestiti bibliotecari.

Un autore insolito, capace con pochissime parole di descrivere stati d’animo e situazioni che restano impresse nella mente del lettore, con una scrittura cristallina ma mai fredda. Le sue sono spesso storie di solitudine e malinconia, che colpiscono come un pugno allo stomaco. Libri non facili, ma terribilmente affascinanti.

Il libro che vorrei consigliare per il #day7 della #LitBloggerUnitedOctoberChallenge è un libro @feltrinelli_editore temo ormai fuori catalogo, ma reperibile in biblioteca: “Luisa e il silenzio” di Claudio Piesanti. Ho scoperto questo libro per caso questo scrittore una mattina mentre viaggiavo in autobus: la persona davanti a me lo stava leggendo, la sua era una edizione consunta non come un semplice libro usato bensì come uno di quello che si riprendono spesso in mano per rileggerli a distanza di tempo. Non avevo mai sentito né il titolo né l’autore e mi riproposi di cercarlo. Riuscì a trovarne una copia in una libreria d’occasione e lo divorai. Non è un libro facile, anche se sono poche pagine. È una storia di solitudine, una storia in grigio che non lascia scampo, ma è scritta in un italiano meraviglioso, come pochi sono capaci di usare. Piersanti, spesso anche sceneggiatore per il compianto Carlo Mazzacurati, usa magistralmente le parole e le sfumature. In seguito ho letto tutti gli altri romanzi di Piersanti , che è diventato il mo autore italiano preferito in assoluto. Consiglio a chiunque i suoi libri, da “Gli sguardi cattivi della gente” a “L’amore degli adulti”, da “Il ritorno a casa di Enrico Metz” a “I giorni nudi” (questi ultimi decisamente più reperibili). #disturbiletterari #libriconsigliati #consiglidilettura #LitBloggerUnitedOctoberChallenge #claudiopiersanti #luisaeilsilenzio #feltrinelli #libri #storie #romanzi #book #reading #books #instabooks #igreads #books #booklover #bookaholic #bookworm #bookpassion #bookstagram #bookish #instareading #bookshot #picoftheday #challenge #bookpassion @susimarcone @lettrici_impertinenti @sangueblu @catnip_pam @selly_leggereromanticamente

Una foto pubblicata da Chiara Cecchini (@disturbiletterari) in data: 7 Ott 2016 alle ore 08:00 PDT

 

Ho chiesto a Pallavicini perché citare proprio Piersanti e la sua risposta è stata questa:

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Dalla chimica a Claudio Piersanti.

Bentornata, Bridget Jones

Pubblicato su FilmFilm il 22 settembre 2016

C’è una legge non scritta nel cinema: i sequel sono quasi sempre peggiori dei film originali. Vale per tante pellicole di successo, come pure per tante trilogie amate e idolatrate.
A prima vista c’erano tutti gli ingredienti perché Bridget Jones’s Baby fosse la conferma alla regola e invece il terzo capitolo della storia della single londinese più amata è l’eccezione. L’ultima volta che l’avevamo vista ci aveva lasciato l’amaro in bocca, complice un secondo film decisamente fallimentare e incomprensibile, che sembrava aver messo la parola fine su qualsiasi ipotesi di ritorno. E invece Bridget Jones è tornata e non poteva che essere la benvenuta, perché dodici anni dopo il personaggio creato da Helen Fielding e portato sul grande schermo da Renee Zellweger è più vivo che mai.

A 43 anni Bridget è ancora l’inguaribile romantica che ricordavamo, ma al tempo stesso è anche una donna matura, realizzata professionalmente, alla ricerca dell’amore ma anche e soprattutto della propria indipendenza, da vera femminista quale è sempre stata. Non più in lotta con le calorie, producer in una rete televisiva ma ancora campionessa mondiale di gaffes, Bridget ha conquistato progressivamente fiducia in se stessa. E’ una donna che se anni fa passava la sera in pigiama sul divano a cantare disperatamente “All by myself”, oggi se si ritrova a festeggiare il compleanno da sola butta via le canzoni melense e balla scatenata al ritmo di “Jump Around”.
Va tutto bene, fino a che il destino non la getta tra le braccia sia dell’uomo perfetto – un sornione Patrick Dempsey – sia del suo unico grande amore, il Marc Darcy di un maturo ma affascinantissimo Colin Firth. Chi dei due è il padre del suo bambino che scopre di aspettare?

Il film procede per due ore miracolosamente leggere ma graffianti. Con Bridget Jones’s Baby si ride e si ride di gusto, dall’inizio alla fine, ma non è solo comicità slapstick – dove pure la Zellweger dei primi film era imbattibile -, ma si ride soprattutto del politically correct, messo da parte come nella miglior tradizione della commedia britannica. Bridget Jones’s Baby è infatti una commedia come se ne vedono poche ultimamente, irriverente al limiti del corrosivo, senza cedimenti e senza compromessi, sentimentale ma mai melensa o ruffiana, intelligente e mai volgare.
Nonostante l’evidente trasformazione fisica, Renee Zellweger riesce ancora a regalarci la nostra amata Bridget, la sua camminata strana e le sue facce buffe. Colin Firth è se possibile ancora più perfetto di quanto ricordassimo nei panni del rigido e tenero, e soprattutto “very british”, Marc Darcy, mentre Patrick Dempsey gioca in casa nei panni dell’americano bello come il sole, che trasuda sex appeal ma anche tanta tanta dolcezza.
Ah, e c’è anche la magnifica Emma Thompson, che meriterebbe una recensione a parte per ogni singola espressione o inflessione vocale con la quale è riuscita a creare il personaggio centrale della ginecologa di Bridget.

Non ci voleva molto per fare un sequel migliore di Che pasticcio, Bridget Jones, questo è sicuro. Ma per superare l’originale, chiudere una trilogia surclassando qualitativamente il film che ha dato origine a tutto non era un’impresa facile, considerata anche l’assenza (sic) di una colonna come il Daniel Cleaver di Hugh Grant. Ci sono voluti dodici anni, ma alla fine ne è valsa la pena: bentornata Bridget, ci eri mancata.

Il ladro di Adelphi

Perché la libreria Arion di piazza Cavour tiene sotto chiave tutti i libri Adelphi?

Per molto tempo ho guardato con curiosità quei dorsi eleganti e iconici chiusi dentro una teca e mi sono chiesta come mai. Per essere belli lo sono, chiaro, ma così tanto da dover essere separati dagli altri libri e addirittura conservati sotto vetro?

La libraia ci tiene a tal punto? La risposta è molto più semplice e disarmante.

Alla Arion di piazza Cavour c’è un ladro di Adelphi.

Qualcuno che ruba sistematicamente solo e soltanto libri pubblicati da Adelphi. Non gli Einaudi, non i Mondadori, non i Guanda, no. Solo Adelphi. Un buongustaio. Che però ha costretto la responsabile a raccogliere tutti i libri della casa editrice in un unica libreria, chiusa da un vetro. Se volete un Adelphi dovete chiederlo a uno dei librai, il quale andrà a prendere dietro la cassa una chiave, vi precederà davanti alla teca, la aprirà, e vi darà in mano il prezioso e ambito volume, dopo aver richiuso inesorabilmente il lucchetto.

Ogni tanto qualche Adelphi viene messo fuori perché, come mi ha confidato una delle ragazze che lavora alla Arion, «un tentativo lo facciamo sempre, poi però li richiudiamo tutti».

Niente a che vedere con il recente caso di Salerno, dove madre e figlio sono stati arrestati per aver rubato quasi trecento libri dalla Feltrinelli di corso Vittorio Emanuele a Salerno, pescando direttamente tra le nuove uscite, i bestsellers e i libri più costosi. Lei si difende sostenendo che i libri sono l’unico modo che ha per evadere a una vita di stenti e difficoltà.

Il nostro “disturbato”, che i responsabili della libreria non sono ancora riusciti a individuare, si è riempito casa di soli Adelphi. Chapeau.

Ogni volta che passo alla Arion mi guardo intorno e cerco di capire se “lui” (o “lei”, anche se ci siamo sempre riferiti al ladro usando il maschile) c’è. È l’anziano signore, vestito con cura, inequivocabilmente “lettore forte”? L’insospettabile per eccellenza, quello che non avrebbe certo bisogno di dover rubare un Adelphi? Oppure il giovane dall’aria universitaria, che prima gira per tutti banchi delle novità e poi si ferma sugli scaffali a destra dove ci sono le offerte dei tascabili? La donna-avvocato, in tailleur e borsa portadocumenti?

Lo fa perché è attratto dalle copertine (e per chi volesse, qui potete riguardare tutte quelle che hanno partecipato al contest ufficiale per votare la più bella)? È un onnivoro che spazia dalla filosofia a James Bond? C’è un mercato sotterraneo di Adelphi?  È uno solo o sono tanti? Magari è una prova d’iniziazione per una setta di lettori?

Chiunque sia e qualunque sia il suo scopo, ha la mia massima stima. Una che apre un blog chiamato “Disturbi letterari” non può non essere affascinata da uno più disturbato di lei, un monomaniaco affetto da adelphità conpulsiva.


Questo articolo è comparso sul mio blog “Disturbi letterari” su Today.it il 24 ottobre 2014

 

Lauren Bacall, “The Look” e quella voce un po’ così

Mentre sono ancora qui a riprendermi dalla notizia che Robin Williams si è suicidato (ne ho parlato su Today.it), ricordandomi tutte le volte che ho guardato i suoi film da bambina e quanto tutt’ora sia uno dei miei attori preferiti di sempre, ecco che se n’è andata un’altra diva del mio pantheon ideale: Lauren Bacall (qui il mio ricordo su Today.it).

bacall 2

Bellissima, modernissima, tanto intelligente da saper rilanciare la propria vita e la propria carriera dopo la morte di Bogart quando lei aveva soltanto trent’anni, diventando anche una signora del palcoscenico e mostrando sempre una dote invidiabile: la capacità di guardare in faccia la realtà (e farci sopra una bella risata quando è il caso). In seconde nozze ha sposato Jason Robard jr., attore oggi purtroppo sconosciuto ai più ma assolutamente da riscoprire (anche se pare che come marito non sia stato un granché).

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Tanto quando Robin Williams, Lauren Bacall ha accompagnato la mia formazione cinefila,  complice la passione per Bogey e il noir, ma anche e soprattutto quella per i melodrammi di Douglas Sirk, che la volle in quel capolavoro straordinariamente sopra le righe che fu “Come le foglie al vento”, sfavillante nel suo technicolor e nelle suo mix di passioni estreme e denaro sonante (leggi: petrolio), anticipando “Dallas”. Ma l’ho adorata anche nelle commedie sofisticate degli anni Cinquanta, preferendo però “La donna del destino” con Gregory Peck al divertente ma mite “Come sposare un milionario”. E la ricordo anche (doppiata da Anna Miserocchi, l’unica che forse riuscì a rendere in italiano quella sua voce così roca e particolare) nell’ultimo film di John Wayne, “Il pistolero”.

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In una bellissima intervista a Vanity Fair del marzo 2011, intitolata “To have and to have not”, Betty Bacall ricorda il suo amore per Bogart, quello per i suoi figli, la sua carriera e soprattutto la sua vita, sicuramente felice ma anche difficile.

Anni fa, in tempi di modern 56k e siti costruiti con FrontPage e ospitati su Altervista, scaricai un file .wav in cui la Bacall parlava ironicamente dei suoi vecchi film, alcuni dei quali girati per soldi e talmente brutti da essere un incubo, perché torneranno a perseguitarci in televisione!

Ecco, io sono tra quelli che vorrebbe essere perseguitata per sempre

Aznavour… Istrionico, magico, piccolo grande uomo

Ieri sera a Roma c’erano tre concerti: i Metallica al Rock in Roma, Luci della Centrale Elettrica alla Festa dell’Unità e Charles Aznavour al Centrale Live.

Avrei voluto avere il dono dell’ubiquità per poter essere ad ognuno di questi tre concerti ma ho dovuto scegliere. E la scelta è caduta su un anziano chansonnier franco-armeno che ha da poco compiuto novant’anni, ha l’apparecchio acustico, ammette di ricordarsi poco le parole delle sue canzoni e di aver bisogno del gobbo durante i concerti.

Questo piccolo, grande uomo io l’ho già visto in concerto due volte, una a Parigi e una a Roma, quando aveva da poco superato l’ottantina. Perché spendere soldi e rivederlo ora, privandomi della possibilità di scatenarmi con “Metallica by Request” o godermi l’ascesa di un astro nascente come Vasco Brondi e fra trent’anni poter dire: «Io c’ero»? Semplice: perché lui è l’unico, vero, inimitabile Istrione. Perché a novant’anni nessuno è in grado come lui di tenere il pubblico in pugno. Lui, così piccolo, così minuto, con la voce che a volte trema un po’, è ancora l’istrione che cantava, a buon diritto, «in una stanza di tre muri tengo il pubblico con me /sull’orlo di un abisso scuro / col mio frak e con i miei tics /e la commedia brillerà, del fuoco sacro acceso in me / parlo e piango e riderò / del personaggio che vivrò».

Il Centrale Live era pieno, solo pochi i posti liberi rimasti. Tanto pubblico agé: molti di loro erano ragazzi quando Aznavour compariva in bianco e nero nei programmi Rai e i suoi dischi superavano in classifica quelli di Battisti e Mina. Qualche giovane, un paio di bambini incredibilmente tranquilli e rapiti dalla musica. Un pubblico caldo, competente, appassionato, forse anche un po’ stupito di vedere ancora Mr. Aznavour improvvisare un ballo sulle note indiavolate della tzigana “Les duex guitares” o scaldarsi sulla cavalcata trionfale di “Desormais”. Dopo le prime canzoni, via la giacca dell’austero completo nero, l’atmosfera si scalda e il pubblico non smette più di applaudire.

Chi conosce Aznavour sa che se sale su un palco è solo per fare concerti di questo tipo.  E sentire una di seguito all’altra i suoi successi, vederlo recitare le sue canzoni più “cinematografiche” come “Buon anniversario” o “La Boheme”, (il cui dolente e persistente ritornello è stato cantato a gran voce dal pubblico anche ieri sera), vale ancora oggi il prezzo del biglietto. Cosa importa se ogni tanto sbaglia le parole delle canzoni che canta in italiano (quelle sue canzoni “così piene di parole”, tradotte splendidamente da numerosi parolieri italiani, da Mogol a Giorgio Calabrese), cosa importa se, da gigione di classe, ostenta durante “Mes Emmerds” di chinarsi sul gobbo per leggere il testo, cosa importa se ogni tanto la voce si fa debole o ricorre a artifici? Il suo pubblico deve lasciare il teatro con la consapevolezza di aver assistito a un grande spettacolo, al migliore che si potesse avere, e deve andarsene più ricco di come è entrato, avendo imparato qualcosa di più sull’amore, sulla vita e sui sentimenti. Perché è questo che Aznavour ha sempre fatto. In una recente intervista a Milena Gabanelli (insospettabile fan del nostro), Aznavour ha ammesso: «Io ho sempre violentato il pubblico, un certo pubblico. Perché se alla gente non si insegna qualcosa resteranno sempre degli asini». Il riferimento è a “Quel che si dice”, la canzone che nel 1972 raccontava l’omosessualità, sorprendentemente moderna ancora oggi.

Da lui si sprigiona ancora vitalità, passione, voglia di fare spettacolo, di fare musica insieme. I suoi occhi sono ancora vivi, l’espressione da folletto è la stessa che illumina ancora oggi quel piccolo capolavoro di recitazione che è “Buon Anniversario”, come pure la deliziosa e romantica “Quel che non si fa più”.

Amore e rimpianto. Le sue canzoni sono quasi sempre tristi, è vero. Amori che finiscono, amori che si trasformano e diventano simili all’odio, amori che potrebbero sbocciare ma sono destinati a morire, amori che se durano sono talmente intensi che fanno male. E si capisce perché allora il rimpianto è ovunque. È in “No, non mi scorderò mai”, la più “cinematografica” di tutte, su una ex coppia che si rincontra per caso dopo tanto tanto e scopre che no, niente di quell’amore è stato dimenticato. È in “Compagno”, una delle meno note ma non per questo meno bella, su un ex partigiano che dal carcere guarda l’ascesa politica del suo compagno di brigata. È in “Morire d’amore”, “Isabelle”, “Chi”, “Ieri sì”, “Questa giovinezza”, “Non abbiamo più quindici anni”, “Oramai”, “Del mio amare te”, “Ed io tra di voi”, “Com’è triste Venezia”.  È in “A mia figlia”, dove alla gioia della paternità si sostituisce subito la tristezza di sapere che un giorno la figlia se ne andrà al braccio di un altro. È in “La sala e la terrazza” (ancora una delle meno note), anche questa piccolo capolavoro d’atmosfera su un piccolo cameriere che non ha fatto carriera ed è rimasto ancora ai tavoli a prendere le mance dai clienti. Ma Aznavour non finisce qui. Perché dal fondo di questa tristezza poi emergono capolavori di speranza come “Poi passa” o “Parigi in Agosto”, e divertissement come “La baraka”, “Maledetto piano” o “For me… formidabilmente”.

Un canzoniere sterminato che non poteva ovviamente finire tutto in un solo concerto. Eppure Aznavour è riuscito in poco meno di due ore di concerto, tra monologhi e canzoni, a condensare  una carriera in ventiquattro canzoni.

  1. Les Émigrants
  2. Morire d’amore
  3. Viens m’emporter
  4. Lei
  5. Paris au Mois d’Août
  6. L’istrione
  7. Je Vojage
  8. Sa Jeunesse
  9. Buon anniversario
  10. Ave Maria
  11. Mon Ami, Mon Judas
  12. Quel che non si fa più
  13. Désormais
  14. Devi Sapere
  15. Mes Emmerdes
  16. Ieri sì
  17. Mon Émouvant Amour
  18. E io tra di voi
  19. Les Deux Guitares
  20. Quel che si dice
  21. La Boheme
  22. Com’è triste Venezia
  23. Emmenez-Moi
  24. La Mamma (bis)

«Se mi date un teatro / e un ruolo adatto a me / il genio si vedrà».

e fu subito aznavour

Brad Pitt ha cinquant’anni

pubblicato su Today il 18 dicembre 2013

Brad Pitt splendido cinquantenne.

Eh già, il bulletto faccia da schiaffi di “Thelma e Louise” ha tagliato il traguardo della mezza età il 18 dicembre 2013 e nel frattempo è diventato non solo uno degli attori più interessanti e meno “catalogabili” della sua generazione, ma è anche padre di una sterminata tribù di ragazzini avuti dalla compagna Angelina Jolie, con quale divide cause e impegno sociale.

Siamo passati dagli anni Novanta con il ciuffo ribelle e la fidanzata ancora più ribella Juliette Lewis, con il giovin attore che cercava il suo posto nello showbusiness e per farlo passava dall’indipendente e improbabile “Johnny Suede” al classicheggiante “In mezzo scorre il fiume” di Robert Redford al romanticismo esasperato e kitch di “Vento di passioni”.

Essere troppo bello può essere un limite a Hollywood e Brad Pitt non voleva finire nella categoria “bel ragazzo con gli addominali a tartaruga”.

Ecco allora “Seven” e “L’esercito delle 12 scimmie”, che gli vale il Golden Globe per la miglior interpretazione, “Sleepers” e “Sette anni in Tibet”. Fidanzato con la bionda e wasp Gwyneth Paltrow, Brad Pitt mette la testa a posto e fa il bravo ragazzo anche nei film. Quando si lasciano, Pitt trova un’altra svolta.

C’è stato sì il funereo e pensoso “Vi presentoJoe Black” ma subito dopo ha girato “Fight Club” e raramente è stato così bravo e “iconico”. Poi è arrivato il momento del gigione: “The Mexican”, “Spy Game” (a fianco di Robert Redford, sembrano padre e figlio e si assomigliano più di quanto non sembri),“Ocean’sEleven” con l’amico George Clooney, “Troy”.

A alla fine arriva Angelina.

La bella Jolie irrompe nella vita e nella carriera di Brad Pitt e lo trasforma. Lo fa divorziare dalla moglie Jennifer Aniston (che, come pure la Paltrow, ci ha messo anni a superare il trauma), lo rende padre di ben sei figli (tre naturali e tre adottati), lo coinvolge nelle campagne umanitarie e nella beneficenza.

Da qui inizia la maturità artistica del nostro. Si saranno pure conosciuti sul set dell’action movie “Mr. & Mrs. Smith” (dimenticabilissimo), ma da quel film in poi la carriera di Brad Pitt prende il volo e ad ogni film è sempre più bravo: “Babel”, “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, “Burn After Reading”, “Il curioso caso di Benjamin Button”, “Bastardi senza gloria”, “The tree of life”, “L’arte di vincere” (grazie al quale fa incetta di nomination a Golden Globe e Oscar), il divertissement fantascientifico-umanitario “World War Z”.

L’attesa è per i prossimi “The Counselor” e “12 anni schiavo” di Steve McQueen.

Tra poco avrò 50 anni, con il cinema potrei anche smettere”, aveva dichiarato un paio d’anni fa.

No, Brad, non lo fare. Se lo avessi detto ai tempi di “Vento di Passioni” magari avremmo pianto un po’ su tutta quella bellezza sprecata, ma ora no: invecchia insieme con noi, il meglio deve ancora venire

Compra un libro e tieni lo scontrino: arrivano le detrazioni fiscali per i lettori (ma solo cartacei)

pubblicato sul blog Disturbi Letterari di Today.it il 14 dicembre 2013

Il Consiglio dei Ministri ha approvato una nuova misura che prevede un’agevolazione pari al 19 per cento sui libri fino a un massimo di duemila euro, di cui mille per i libri in generale e altrettanti per i testi scolastici, per i prossimi tre anni.
Ecco che cosa dice l’articolo 17 del DDL sullo sviluppo collegato alla Legge di Stabilità, come riportato da Wuz.

La norma mira a favorire una maggiore diffusione della lettura dei libri, prevedendo a tal fine una detrazione fiscale pari al 19% del prezzo di acquisto da parte del consumatore finale munito di idonea documentazione fiscale. È previsto che con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entro 30 giorni dall’entrata in vigore della presente legge, siano definite le modalità per usufruire della detrazione d’imposta e per la comunicazione delle spese effettuate, ai fini delle verifica di capienza dei fondi annualmente disponibili, la documentazione fiscale che deve essere rilasciata dal venditore, nonché il regime dei controlli sulle spese. Il comma 5 individua un’idonea copertura finanziaria per la misura prevista.

Tradotto: siete appena usciti dalla vostra libreria preferita con sottobraccio una buona mezza dozzina di libri (diamo per scontato che siate dei “lettori forti”, suvvia) e il primo gesto che fate è buttare via gli scontrini che attestano quanto avete speso? Male! Abituatevi a conservare scontrini e ricevute dei vostri acquisti in libreria proprio come fate con quelli della farmacia, perché pare probabile che si arrivi a questo, anche se ancora non è chiaro quale documentazione dovrà essere presentata.

La norma vale soltanto per i libri cartacei muniti di codice ISBN, ma non si capisce se le detrazioni siano valide anche per chi acquista libri usati (l’ISBN c’è anche su quelli) e soprattutto non si capisce se l’acquisto debba essere fatto esclusivamente in libreria e non negli store online.

Non voglio smorzare l’entusiasmo di chi esulta per questa decisione storica, come l’ha definita il ministro Bray, ma ci sono un paio di considerazioni che secondo me è interessante fare.

Punto primo: per far leggere di più un paese che non legge, basta rendere la lettura detraibile dalle tasse? È solo questo che tiene gli italiani lontani della librerie?

Scrive Andrea Coccia su Linkiesta:

I libri si vendono se si fanno bene e se ne si fanno di meno (ad oggi vengono pubblicati circa 60mila libri all’anno). I libri si vendono se si investe sulla cultura e sulla scuola. I libri si vendono se si combatte la monocultura delle major e se si limitano i poteri delle grandi concentrazioni editoriali. I libri si vendono se non si trattano da lavatrici e se si torna a trattarli come libri. I libri si vendono anche se noi giornalisti ricominciamo a parlarne sul serio, come meritano

Presentando il Rapporto 2013 sullo stato dell’editoria in Italia alla 65esima edizione della Buchmesse di Francoforte, Marco Polillo, presidente dell’Aie (Associazione Italiana Editori), dichiarò lo scorso ottobre:

Chiediamo una politica per il futuro che passi per una vera promozione del libro e della lettura, un’IVA parificata tra ebook e libri di carta, il riconoscimento della centralità dei contenuti all’interno dell’agenda digitale, un aggiornamento serio, non improvvisato, delle normative sul diritto d’autore. Il settore si aspetta molto da una buona politica: non sussidi, ma un supporto basato su regolamentazione, misure in favore dell’innovazione e promozione culturale.

Non mi sembra che la norma varata dal Cdm rientri in quelle «misure in favore dell’innovazione e promozione culturale» chieste dal presidente dell’Aie, che ora plaude all’iniziativa e la definisce «più di un semplice segnale da parte del Governo e del premier Letta». Certo, è meglio di niente ma non vedo l’innovazione e non vedo un’adeguata politica di promozione culturale.

E siamo al punto secondo: dal provvedimento sono esclusi gli ebook.

Cresce il sospetto che l’espressione «favorire una maggiore diffusione della lettura dei libri» in realtà vada presa proprio alla lettera, intendendo per “libri” soltanto quelli che possono essere ricondotti alla definizione che ne dà il Sabatini Coletti, cioè «serie di fogli consecutivi stampati o manoscritti, di identica misura, legati tra loro e muniti di copertina».

A naso, mi sembra una misura che non mira a incentivare la lettura “a prescindere”, come diceva Totò, quanto piuttosto una norma per aiutare editori e librerie – soprattutto queste ultime – invogliando all’acquisto dei soli libri cartacei.

Ma guardiamo gli ultimi dati che riguardano la diffusione della lettura nel nostro Paese.

In Italia soltanto il 46 per cento della popolazione ha dichiarato di aver letto almeno un libro nel 2012, l’annus horribilis dell’editoria nel quale l’unica boccata d’ossigeno è arrivata dal mercato del libro digitale in crescita: gli ebook venduti sono passati dai 900mila del 2011 ai tre milioni e mezzo dello scorso anno (come emerge dalla ricerca “Do readers dream of electronic book?” presentata a marzo a Milano nel corso della conferenza IfBookThen) e sono 1,6 milioni gli italiani che leggono ebook, ossia il 3 per cento della popolazione con più di 14 anni.

Numeri come questi sono solo una goccia nel mare, ma come si fa a fare una norma con l’intento dichiarato di aiutare la diffusione della lettura in questo Paese di non-lettori senza tenere conto dell’editoria digitale, portandoli quasi all’estremo paradosso: meglio comprare un ebook o un libro cartaceo, così magari mi rimetto in tasca un po’ di spicci?

È chiaro che l’editoria italiana non se la passa bene e fa piangere il cuore leggere l’elenco delle librerie, più o meno storiche, costrette alla chiusura negli ultimi anni.

Quindi ben venga qualsiasi idea che cerchi di invogliare la gente a tornare in libreria. Ma, e qui mi ricollego a quanto scritto da Coccia, il libro non è una lavatrice e non dovrebbe essere trattato come tale. Non credo se ne compreranno di più soltanto perché in cambio verrà rimborsata una parte della spesa, non è come un incentivo a cambiare auto o elettrodomestico acquistandone uno più nuovo o più ecologico.

Ormai non si può più considerare il libro soltanto come quell’oggetto fatto di carta e inchiostro che siamo abituati a conoscere. Il libro è quello ma è anche il libro digitale e la lettura è lettura comunque, che sia fatta su pagina o su un e-reader. E proporre un provvedimento come quello appena varato, che mira a favorire la lettura ma tagliando fuori quello che, vuoi o non vuoi, è uno degli aspetti della lettura di oggi e del futuro, secondo me ha poco di innovativo e molto di conservatore.